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L 'Abbazia di Acqualunga fu sempre assai poco in vista, sia in senso letterale sia in senso figurato. L’esatto opposto dellavicina Breme.
Molto più recente, ebbe vita brevissima rispetto alla contigua comunità monastica.
E soprattutto ebbeuna risonanza assolutamente locale.
Mentre re, imperatori e pontefici si davano cura delle sorti dei monaci di Breme, l’Abbazia di Acqualunga era assolutamente ignorata
anche dalla curia romana, non soltanto dai sovrani laici. C’è una riprova molto semplice. I monaci di Breme avevano nel loro archivio
molti documenti di donazioni e di protezione emanati dalle cancellerie dei re Franchi, degli imperatori carolingi e dei loro successori e anche
dei pontefici romani: ora le pergamene superstiti, in gran parte quelle originali uscite dalle cancellerie quasi mille anni or sono, si trovano a Torino.
L’Abbazia di Acqualunga invece non ricevette nulla né dai sovrani laici né dalla curia pontificia; e non abbiamo più tracce dell’archivio,
che peraltro doveva ridursi a ben poco. Il patrimonio era stato costituito con le donazioni dei devoti locali, e l’edificio del monastero doveva
apparire forse più che altro una cascina con annessa chiesa.
Del monastero di Acqualunga, possiamo trovare scarsissime tracce negli edifici sorti nello stesso luogo. Edifici
che hanno utilizzato fondamenta, parti di muri (e anche parti della chiesa stessa) e che hanno riciclato forse molto materiale da costruzione.
Una volta compiuta l’opera di dirigere la bonifica quest’abbazia alle sue origini tra le paludi, dove gli unici libri erano verosimilmente
il Messale e qualche altro codice per il servizio liturgico e dove la cultura non aveva nessuna valenza letteraria ma si riduceva
spesso a conoscenze pratiche di idraulica e di agricoltura, si è trasformata in un grosso cascinale per continuare a rendere abitabili
quelle terre, lasciando come unica traccia del paesaggio precedente il nome “Acqualunga”, che ricompare con varianti anche più oltre lungo
il corso del Po per ricordare analoghe paludi.
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